Crítica radical contra el posmodernismo. Robert Dufour, conferencia con traducción simultánea al español

Georges Soros globalización inducida

Soros gestor del nuevo Leviatán

2013, desarrollo de pseudo democracias en la Unión Europea, el caso de España

Proyecto de Ley de Seguridad en España atenta contra todos los derechos sociales y políticos , esto da una prueba de cómo se vive bajo regímenes pseudo democráticos, los cuales son más bien oligarquías servilmente sostenidas por una casta partitocrática y sindical altamente corruptas
La noticia en video la aporta una televisión de América Latina, Telesur, lo que muestra . una vez más , la pseudo democracia española y europea,pues en España y la Unión Europea, se silencia, se manipula, se engaña mediante un sistema de fabricación de opinión de corte , digámoslo claramente, ce estilo nazi
VER EL VIDEO DE TELESUR EN QUE SE ANALIZA EL CASO DE ESTA NUEVA LEY EN MARCHA EN LA PSEUDO DEMOCRÁTICA ESPAÑA

dialéctica del concepto filosófico político de PUEBLO

concepto marxista, materialista, de pueblo

Alfaro Siqueiros El pueblo en armas


Popolo
pubblicato da Guido Mazzoni – http://www.leparoleelecose.it/?p=1727
Popolo
di Mario Tronti
«Una quantità di parole che usiamo di continuo, e crediamo perciò di comprendere in tutto il loro significato, sono
in realtà chiare fino in fondo soltanto per pochi privilegiati. Così le parole “cerchio” o “quadrato”, di cui tutti si
servono mentre soltanto i matematici hanno un’idea chiara e precisa del loro significato; così pure la parola
“popolo”, che molte labbra pronunciano, senza che la mente ne afferri il senso autentico». Così parlava il
matematico e filosofo Frédéric de Castillon, partecipando, e vincendo, al concorso indetto dalla Reale Accademia
Prussiana (1778), sulla questione, cara a Federico II, «se possa essere utile al popolo d’essere ingannato».
«S’intende si solito per “popolo” – scrive ancora Castillon – la maggioranza della popolazione, quasi
incessantemente dedita ad occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, ed esclusa dal governo e dalle
cariche pubbliche». Siamo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma siamo in Germania, dove nazione e popolo
non si erano ancora incontrati, come era da tempo accaduto, attraverso le monarchie assolute, in Inghilterra,
Francia e Spagna. Siamo quindi anche in Italia. Frédéric de Castillon arriva a Berlino proveniendo dalla Toscana.
Nazione e popolo nascono insieme in età moderna. E chi li mette insieme è lo Stato moderno. Non c’è nazione
senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il
problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico.
Il concetto antico-testamentario di popolo – il popolo fondato da Mosè – mi sembra più vicino al concetto moderno
di popolo di quanto non lo sia il demos dei Greci o il populus dei Romani. Né la città-stato né l’impero fondano un
popolo. Non c’è la terra promessa, non c’è l’esilio, l’esodo, non c’è il Dio degli eserciti. I cittadini liberi
nell’agorà, come la plebe sugli spalti del Colosseo, non fanno popolo. Immagini, queste, e metafore,
attuali/inattuali per il nostro tempo. Popolo è concetto teologico secolarizzato. Non c’entrano niente né
l’assemblea degli elettori sovrani, né la belua multorum capitum. Popolo di Dio viene prima di popolo della
nazione. Dicono Esposito-Galli, in Enciclopedia del pensiero politico, che il processo di secolarizzazione comincia
con Marsilio (universitas civium seu populus) e con Bartolo (populus unius civitatis). Ma sarà poi Machiavelli a
parlare di governo popolare distinto e contrapposto al principato e alla repubblica aristocratica. E per Hobbes,
nello Stato leviatanico, «i sudditi sono la moltitudine e il popolo è il re».
Kings or the people, il poderoso affresco di Reinhard Bendix, ci racconta il passaggio dalla medioevale autorità
dei re al moderno mandato del popolo. Mandate to rule: quante volte il moderno del capitalismo ha promesso e
non mantenuto questo progetto, che è servito alla fine sempre solo ai suoi fini, di sviluppo, di mutamento e,
attraverso guerre e crisi, di rinascimento? La storia del Novecento, nei diversi ritornanti passaggi dai totalitarismi
alle democrazie, se ce ne fosse stato bisogno, ha confermato tutto. E mentre scrivo, qualcosa del genere sta di
nuovo succedendo, sulle rive del Mediterraneo, nel crollo dei sultanati ad opera del popolo nelle piazze. Dove
andranno queste forme di popolo? Che cosa otterranno? A chi serviranno? Bendix racconta appunto l’onda lunga
che dall’Inghilterra e dalla Francia del sedicesimo secolo arriva solo nel secolo diciannovesimo in Germania, in
Giappone e in Russia e nel ventesimo approda alla rivoluzione cinese e al nazionalismo e socialismo arabo. È
un’idea di popolo tutta legata al nation-building. E’ un’idea borghese, nazional-borghese, di popolo. Ma al
contrario di quanto si penserà nel pensiero progressista, che tanto male ha fatto alla prassi del movimento
operaio, il concetto politico di popolo non esplode con la Rivoluzione francese, né con le precedenti analoghe
rivoluzioni borghesi, quella inglese e quella americana, che sono forme di guerra nazionali e sociali. Bisognerà
aspettare il ’48 per vedere in campo questo nuovo soggetto politico. Delacroix, imbevuto dell’idea romantica
di Volksgeist, era riuscito a scorgere nella Rivoluzione di luglio, del ’30, l’immagine trionfante della “libertà che
guida il popolo”.
Ma è “il maledetto sia giugno” del ’48 che da Parigi all’Europa, vedrà la realtà, inaudita per i borghesi, del popolo
in armi sulle barricate, per la propria rivoluzione. Marx commise l’errore geniale di scorgerci profeticamente la
figura emergente del soggetto politico operaio. Si trattava in realtà dell’antico proletariato che, dalla prima
rivoluzione industriale, aveva già invaso pezzi di società, soprattutto urbana. Ma qui, un punto determinante, di
analisi, e di orientamento, e di giudizio. E’ il concetto di classe che fa del popolo una categoria della politica, della
politica che ci interessa, quella autonoma dall’uso che ne hanno fatto e ne fanno le forze dominanti Il concetto di
classe, e di lotta di classe, irrompe nella storia moderna a scardinare l’intero apparato teorico di analisi
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NSA vigilancia yanki al órdago

http://www.wired.com/threatlevel/2012/03/ff_nsadatacenter/all/1

Materialismo vs Idealismo: Gustavo Bueno sobre la Guerra la Democracia y la Paz,vs tesis Otero Novas


Gustavo Bueno publica en el número 116 de la revista El Catoblepas(octubre de 2011) un artículo que lleva el títutlo Paz,Democracia y Razón
El contendido de dicho artículo consiste en la reconstrucción de la presentación que hizo Bueno del libro Mitos del pensamiento dominante,de José Manuel Otero Novas en acto celebrado en la Universidad San Pablo de Madrid

Sirva como aproximación a la temática la nota periodística – la ponemos a continuación – en forma de brevísimo resumen de las tesis de Bueno en la presentación,las cuales se oponen a tesis centrales sostenidas por Otero Novas en su libro, oposiones que tienen su fundamento en las diferencias esenciales entre materialismo e idealismo en sus respectivas implantaciones políticas y desde luego en sus respectivas implantaciones gnoseológicas

Madrid, Módem Press fuente http://www.lne.es/sociedad-cultura/2011/10/14/bueno-guerra-ver-haber-estados-habia-guerras/1142504.html Diario La Nueva España(Oviedo,Asturias.España)

«La guerra es un mal, el mayor que el hombre puede encontrar, pero tiene virtudes. A veces libera a los pueblos y hombres de la opresión y, nos guste o no, es uno de los principales factores que propician el progreso del hombre». Ésta es una de las afirmaciones que José Manuel Otero Novas, ex ministro de la Presidencia y de Educación en tiempos de la UCD y actual presidente del Instituto de Estudios de la Democracia de la Universidad CEU San Pablo, vierte en su obra «Mitos del pensamiento dominante. Paz, democracia y razón», que, editada por Libros Libres fue presentada ayer en Madrid.

Gustavo Bueno, que actuó de presentador, alabó el libro de un José Manuel Otero Novas con el que dijo estar «de acuerdo en casi todo lo fundamental, pero en total desacuerdo en los principios». «Yo parto», dijo el filósofo asturiano, «del materialismo histórico y Otero Novas del espiritualismo, no podemos estar más en las antípodas en nuestros principios». Bueno se centró en el valor de la paz, y su contrario la guerra, para asegurar que el origen de ésta es «el Estado». «La guerra tiene que ver con el Estado. Antes de haber estados no había guerras», aseguró. Bueno, igualmente, afirmó: «No hay guerras justas o injustas, sino prudentes, imprudentes, ofensivas o defensivas».

Otero Novas refuta el mito según el cual las sociedades occidentales han alcanzado un estado permanente de paz, democracia y razón. Considera Otero Novas que ninguna de las tres está asegurada y advierte de que existen realidades que no sólo las amenazan, sino que, efectivamente, ya las están debilitando o desvirtuando. Así, por ejemplo, Otero Novas observa tendencias belicistas en Europa y analiza cómo la crisis económica puede ser el germen de tensiones que desemboquen en un conflicto de gran dimensión, estableciendo un paralelismo con la crisis de 1929.

El libro trata también cuestiones como el peligro que conlleva la desintegración de las naciones; los desafíos que subyacen tras las migraciones masivas; la amenaza del terrorismo yihadista o la degradación de los sistemas democráticos occidentales como consecuencia del bipartidismo o de la supeditación de la política a la economía.

«Los pueblos normalmente mitifican sus tendencias del momento, que en el actual son la paz, la democracia y la razón», afirma Otero Novas, «pero los contenidos democráticos de los sistemas políticos hoy vigentes en Occidente pueden tener de democráticos un 20% y un 80% de caudillismo y oligarquía. Vivimos en un régimen mixto que puede ser bueno y por eso lo recomendaba Aristóteles, pero se engaña al pueblo cuando se le dice que es él quien decide. El pueblo no decide, o decide muy poquito», sentenció.

Los ex ministros Marcelino Oreja y Fernando Suárez asistieron al acto, que llenó el auditorio de la Universidad de Economía de la Universidad San Pablo CEU.

México: triste situación de exterminio que atravesamos como Nación

Reenvío dolorosa carta de Iris, profesora de la UACM

El fin de semana fueron localizados los cuerpos de nueve personas
torturadas y ejecutadas en las afueras de la ciudad de Tepic, Nayarit.

Entre ellos, se encontraba Emiliano Pozas, quien fuera nieto del maestro
Ricardo Pozas acompañado de su suegro., además entre las víctimas se
encontraba un profesor de escuela y el grupo de jornaleros indígenas que
se alojaba en su casa.

La macabra escena habla por si misma acerca de la triste situación de
exterminio que atravesamos como Nación.

Cumplo con hacerles llegar la carta que mi querida Iris le dedico a su
sobrino, embargada por la pena que desearía que no estuviera pasando su
familia.

Muy consternada en estos momentos,
Daniela

Pd. Ojala pudieran difundir esta información entre sus contactos…
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Contra el anonimato de otro crimen

Tengo en mis manos el único cuaderno de poemas de Emiliano Ricardo Pozas
Iturbe, mi sobrino,
nieto de Ricardo Pozas y de Isabel Horcasitas, su título: La muerte, el
Tiempo y el Amor. Su
autor ya no lo vio publicado porque hace unas horas asesinos del crimen
organizado entraron a
su casa en la madrugada y lo sacaron junto con su suegro; pedían un
“rescate” de dos millones
de pesos; lo encontraron muerto a la orilla de la carretera Tepic-Aguamilpa
junto con otro
número aún no definido de asesinados. No se me ocurre nada, el llanto
ante este crimen tan
absurdo me aniquila.
Hay una desesperación, una sensación de desamparo, de impotencia, de
rabia que sólo me lleva
a conclusiones demasiado siniestras y desoladoras.
Pienso que todo esto está planeado, que hay un acuerdo secreto, pero ya
demasiado evidente de
que conviene que vivamos en el terror y este es un signo que sólo se puede
adjudicar a las
dictaduras: si una población está paralizada por el miedo que genera el
crimen organizado, el
ejército, la policía federal y demás grupos paramilitares, estamos todos
condenados a “vivir” en
la sombra del miedo.
Hoy ya no podemos decir que van cincuenta mil asesinatos, hace apenas unas
horas se suman
50 ó 100 desaparecidos.
¿Cómo vamos a nombrar esta infamia? Las palabras se van, no hay como
nombrar esto; tal vez
por esto Javier Sicilia ya no escribirá más un poema, no hay como
expresar este dolor.
Extrañamente el título del libro de mi sobrino aniquilado por esta guerra
absurda, comienza con
la palabra de nuestra actual realidad, la muerte. Sí, es un tiempo de
muerte, muertes que se
van sumando y que no sabemos hasta cuando se detendrá su escalada.
Dicen que ya hay millones de casas abandonadas, familias que desaparecen
ante el miedo; el
norte del país tomado por el narco, pero mi sobrino no tenía nada que ver
con el narco; era un
poeta que había dedicado su manuscrito a sus padres y a los antropólogos
eméritos, sus
abuelos; solo tenía treinta y un años, una esposa y una criatura de
apenas seis años.
¿Qué mal había hecho Emiliano Ricardo Pozas Iturbe? Para ganarse la
vida hacia fotografía, era
amoroso y dulce como sus poemas, de ellos transcribo uno:

Diametral Paisaje
Horizonte de azules
este que gobierna
en mi paraíso;
ahí donde mueren
los hombres,
donde acaba el mundo,
donde se rompen
las esperanzas,
que nos espera
ahí al borde del abismo,
a donde van tu amor
y mi amor
al fugarse
de este paisaje
intentando conquistar
paraísos inexplorados

¿Quién nos dará una palabra de consuelo? Tal vez los miles de dolientes
que han sufrido lo
mismo, pero estamos dispersos…sí, somos un país victimizado: miles de
mujeres asesinadas,
jóvenes, hombres maduros, niños ¿quién es el responsable si ya no es
posible distinguir a
criminales de los que quieren que identifiquemos como los guardianes del
orden?
¿Acaso somos muchos, la explosión demográfica del mundo les aterra a los
oligarcas?
¿Les parece buena la estrategia para aniquilar a la población?
¿Ya no tienen los gobiernos mejor alternativa ante las urgentes demandas
de empleo,
educación, salud, vivienda y demás necesidades sociales, más que los
asesinatos masivos?
¿Por qué han sometido al pueblo a ser carne del crimen?
No hay argumentos que puedan justificar esta guerra no declarada contra la
sociedad civil, pero
ejecutada al amparo de las madrugadas y del silencio de una masa
desorganizada.
Me uno al llanto furioso de viudas, madres, hermanos y amigos de las
víctimas del crimen; mi
dolor es también social.

Iris Pozas Horcasitas.